Facebook, Oculus, Samsung, HTC e HP sono solo alcune delle società e marche che hanno contribuito a creare nel nostro inconscio collettivo un’idea più o meno precisa, diciamo pure parecchio approssimativa, di cosa sia la realtà virtuale… anche se non mancano le sviste tra realtà virtuale e realtà aumentata, ma ci arriveremo.

Un visore, dei controller e in genere dei cavi tanto essenziali quanto fastidiosi collegati ad un PC capace di far partire anche uno shuttle turistico. Questi sono gli attrezzi necessari per poter vedere qualcosa che non esiste… realmente. Questi “occhialini” diventano un portale per entrare in una realtà a volte ben fatta, a volte concepita come un B-movie. Ma anche nei casi peggiori dove il risultato non è sicuramente un capolavoro, nel nostro cervello accade qualcosa. Delle montagne russe, la visita in un museo, un clip musicale… quando guardiamo dentro questi occhiali da sci ipertecnologici qualcosa cambia rispetto alle nostre tradizionali esperienze mediatiche. Non è come guardare un film, una pubblicità o giocare a un videogioco, la prima cosa che percepiamo è uno strano e forte senso di presenza all’interno di quello che ci circonda. Sì, perché una volta indossato il visore ci possiamo girare a 360 gradi e possiamo osservare tutto quello che abbiano intorno.

Abbiamo provato una cosa simile, ma anche lontano, al cinema, quando siamo andati a guardare uno di quei film da botteghino dove la sigla 3D dava la licenza di farci pagare il biglietto 3 volte tanto. Passato lo shock del biglietto, nei primi 20-30 minuti del film si percepisce sicuramente qualcosa di diverso, di entusiasmante, e a volte, vedersi arrivare addosso qualcosa del film ci ha fatto battere il cuore e spalancare la bocca (certo, nulla che i fratelli Lumière non avessero già provato a fare). Poi, subentra quella sensazione di fastidio sul naso e agli occhi e un senso di insoddisfazione. Ma in ogni caso, quando qualcosa tende a balzare contro la faccia, che sia reale o no, la nostra reazione a unisono è quella di saltare in aria/proteggerci e quant’altro.

Pertanto, la realtà virtuale, allo stato attuale della tecnologia sviluppata, ci permette di guardare una realtà riprodotta, ricostruita, con la sensazione di guardarla attraverso un oblò e ciò nonostante, ci fa sentire immersi in questa realtà. Che sia un video o computer grafica, con il visore sul volto possiamo guardare a tutti gli effetti una realtà virtuale decisamente realistica e coinvolgente. 

Possiamo visitare qualsiasi luogo! Dall’Antartide con l’aurora borealis alla fioritura dei ciliegi in Giappone, inoltre possiamo visitare qualunque periodo storico! L’Egitto, l’antica Grecia, il Medioevo o la rivoluzione francese… eppure una delle prime cose che abbiamo visto, sono le montagne russe… Comunque, questa tecnologia ci permette non solo di visitare dei luoghi ma ci permette di vedere e “vivere” momenti, di vedere le persone che sono all’interno di questi scenari e partecipare, interazioni limitate permettendo, a eventi storici particolari, esistenti o di fantasia. Potremmo ritrovarci davanti a Omero mentre recita l’Odissea, potremmo assistere allo storico discorso di Abramo Lincoln a Gettysburg, o davanti a Beethoven mentre compone uno dei suoi capolavori o ancora, mentre Michelangelo da le ultime magiche pennellate alla cappella Sistina. Da non escludere situazioni surreali come essere all’interno della placenta di una mamma o trovarci all’interno del cuore per vedere le sue affascinanti meccaniche. Insomma le opportunità sono infinite! L’unico limite è la nostra fantasia e le nostre competenze.

Per gli appassionati cinefili, il cinema ci ha già raccontato la storia della realtà virtuale, partendo da Il tagliaerbe (The Lawnmower Man) un film del 1992 diretto da Brett Leonard, con una vaga ispirazione al romanzo di Stephen King, al decisamente più recente Ready Player One di Steven Spielberg (2018), adattamento cinematografico del romanzo Player One del 2010 scritto da Ernest Cline. I due film ci presentano diversi aspetti della realtà virtuale, dalle potenzialità a dei pericoli sicuramente un po’ più romanzati.

Ma la realtà virtuale è solo un modo di riproporci ambientazioni e scenari? Ebbene no, quando prima vi dicevo che nel nostro cervello quando guardiamo queste riproduzioni accade qualcosa, non parlavo di qualcosa di platonico, ma qualcosa di assolutamente fisico e biologico!  

Non voglio annoiarvi con nozioni di neuroscienza e biologia ma è doveroso parlare almeno dell’amigdala; si tratta di un complesso nucleare situato nella parte dorsomediale del lobo temporale del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura. Ebbene questa curiosa parte del nostro cervello appartenente al sistema limbico ed è il sistema che ci ha permesso e ci permette di sopravvivere. 

Detto questo, dovete sapere che con la realtà virtuale vengono coinvolti il senso della vista e dell’udito, per tanto il nostro cervello viene praticamente “ingannato” e percepisce la realtà virtuale come una potenziale realtà con sensazioni, emozioni e pericoli annessi. Potremmo fare l’esempio degli effetti ottici. La nostra parte del cervello più antica elabora le informazioni e reagisce con le emozioni a quello che vediamo. Per questo la realtà virtuale risulta essere non solo coinvolgente per il forte senso di presenza, ma è anche capace di farci provare delle vere e proprie emozioni in piena regola! Certo, il coinvolgimento emotivo, dell’empatia e dei neuroni a specchio entrano in gioco dal momento in cui il prodotto visivo è creato con la stessa cura e passione con il quale è stato realizzato un prodotto audiovisivo degno dei premi più ambiti.

La realtà virtuale a questo punto, è limitata? È portatrice di isolamento sociale? Potrebbe renderci succubi e dipendenti?

Come già anticipato, l’unico limite della realtà virtuale è la nostra fantasia e le nostre competenze. Un monitor è limitato? Certamente ha dei limiti dettati dal suo concepimento ma questi non ci hanno impedito di godere di opere d’arte inestimabili guardate proprio attraverso questo strumento… limitato.

Mentre per rispondere alla seconda domanda vorrei paragonare la realtà virtuale a un treno. Il treno ha l’obiettivo di portarci da un punto A a un punto B. Quando prendiamo questo mezzo di trasporto da soli o in compagnia, potremmo fare tutto il viaggio senza guardare negli occhi la persona con cui viaggiamo o le persone che hanno preso lo stesso mezzo di trasporto, oppure socializzare e fare nuove conoscenze che potremmo portare a livelli più concreti e profondi una volta scesi dal treno. Questo per dire che questa tecnologia è tanto asociale quanto lo può essere un cinema, ma potrebbe poi essere proprio lo stesso elemento che ci porta poi a confrontarci e a crescere insieme.

La domanda corretta forse potrebbe essere: esiste qualcosa a cui l’uomo non è riuscito a diventare dipendente compromettendo sé stesso e chi aveva intorno? Qualsiasi cosa possa portare appagamento o piacere è sicuramente potenzialmente assorbito dall’essere umano in modo ingordo e morboso fino a rendere quel piacere, una vera e propria dipendenza. Vorrei terminare citando Paracelso, medico e alchimista svizzero: È la dose a fare il veleno.

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